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La questione
morale
Enrico Berlinguer - Repubblica, 1981 |
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Intervista
a Enrico Berlinguer I partiti sono
diventati macchine di potere I partiti
non fanno pi politica, dice Enrico Berlinguer. I partiti
hanno degenerato e questa l'origine dei malanni d'Italia. Eugenio
Scalfari *
* * La passione finita? Per noi comunisti la passione non
finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa
altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi
sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata
conoscenza della vita e dei problemi della societ e della gente, idee,
ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero.
Gestiscono interessi, i pi disparati, i pi contraddittori, talvolta anche
loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani
emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro
stessa struttura organizzativa si ormai conformata su questo modello, e non
sono pi organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la
maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di
camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La
carta geopolitica dei partiti fatta di nomi e di luoghi. Per la DC:
Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel
Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e cos
via. Ma per i socialisti, pi o meno, lo stesso e per i socialdemocratici
peggio ancora... Lei mi ha detto poco fa che
la degenerazione dei partiti il punto essenziale della crisi italiana. quello che io penso. Per quale motivo? I partiti hanno occupato lo Stato e
tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti
locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti
culturali, gli ospedali, le universit, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
Per esempio, oggi c' il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il
Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua
corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere
faccia una cos brutta fine. Insomma, tutto gi lottizzato e spartito o si
vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato drammatico. Tutte le
"operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti
sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione
dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica.
Un credito bancario viene concesso se utile a questo fine, se procura
vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene
data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata,
un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto
di fedelt al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta
soltanto di riconoscimenti dovuti. Lei fa un quadro della
realt italiana da far accapponare la pelle. E secondo lei non corrisponde alla
situazione? Debbo riconoscere, signor
Segretario, che in gran parte un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se
gli italiani sopportano questo stato di cose segno che lo accettano o che
non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da
un pezzo. La domanda complessa. Mi
consentir di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo
me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle
sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro
sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo
attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne pi. Vuole una conferma di quanto dico?
Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e
quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai
referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette
in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di
parte. un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti.
Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di pi, nell'81 per l'aborto,
gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno,
hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle citt come nelle
campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle
elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di
poche settimane. Veniamo all'altra mia
domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se
le cose stanno come lei descrive. In un certo senso, al contrario,
pu apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va cos
decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li
accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poich noi dichiariamo
di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli
italiani abbiano timore di questa diversit. S, cos, penso proprio a
questa vostra conclamata diversit. A volte ne parlate come se foste dei
marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida.
Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversit? C' da
averne paura? Qualcuno, s, ha ragione di
temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua
domanda, elencher per punti molto semplici in che consiste il nostro essere
diversi, cos spero non ci sar pi margine all'equivoco. Dunque: primo, noi
vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come
dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volont
politica della nazione; e ci possono farlo non occupando pezzi sempre pi
larghi di Stato, sempre pi numerosi centri di potere in ogni campo, ma
interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del
popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la
prima ragione della nostra diversit. Le sembra che debba incutere tanta
paura agli italiani? Veniamo alla seconda
diversit. Noi pensiamo che il privilegio vada
combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli
svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilit concreta di
contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi
bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorit
rispetto ad altri, che la professionalit e il merito vadano premiati, che la
partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba
essere assicurata. Onorevole Berlinguer,
queste cose le dicono tutti. Gi, ma nessuno dei partiti
governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e
abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli
operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi;
nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il
proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di
certi comuni, di certe regioni, amministrate con onest, ci siamo stati noi. Non voi soltanto. vero, ma noi soprattutto. E
passiamo al terzo punto di diversit. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo
economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi
costi e disparit sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo
seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una
rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato
possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia
insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo
ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realt, dentro le forme
capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema
imperniato sulla DC- non funzionano pi, e che quindi si possa e si debba
discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come
sistema, giacch esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di
emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale
crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del
rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. un
delitto avere queste idee? Non trovo grandi differenze
rispetto a quanto pu pensare un convinto socialdemocratico europeo. Per a
lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico. B, una differenza sostanziale
esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si sempre
molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e
poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora
che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che
consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima
ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di
crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio
perch i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realt per essi finora
ignote o da essi ignorate. Dunque, siete un partito
socialista serio... ...nel senso che vogliamo costruire
sul serio il socialismo... Le dispiace, la preoccupa
che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della societ? No, non mi preoccupa. Ceti medi,
borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi
politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente
difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali
trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI,
abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c' che da esserne
soddisfatti: ma a una condizione. La condizione che, con questi nuovi voti,
il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare
un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al
passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice
trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e
attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e societ,
con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora
non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. Secondo lei, quel mutamento
di metodi e di politica c' o no? Francamente, no. Lei forse lo vede?
La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedr che in
gran parte c' stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che
sempre e dovunque sia cos. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non
hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto
tra partiti e istituzioni -che poi non altro che un corretto ripristino del
dettato costituzionale- senza la quale non pu cominciare alcun rinnovamento
e sanza la quale la questione morale rester del tutto insoluta. Lei ha detto varie volte
che la questione morale oggi al centro della questione italiana. Perch? La questione morale non si
esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in
alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna
denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia
d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti
governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa
tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di
costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perch dico
che la questione morale il centro del problema italiano. Ecco perch gli
altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto
se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause
politiche. [...] Quel che deve interessare veramente la sorte del paese. Se
si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi,
non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude. Signor Segretario, in tutto
il mondo occidentale si d'accordo sul fatto che il nemico principale da
battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche
di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo.
anche lei del medesimo parere? Risponder nello stesso modo di
Mitterand: il principale malanno delle societ occidentali la
disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione -se
vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro
l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare,
per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una
recessione massiccia e d'una disoccupazione, come gi in larga misura sta
avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di
proporzioni impensabili. Il PCI, agli inizi del 1977,
lanci la linea dell' "austerit". Non mi pare che il suo appello
sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli
stessi militanti del partito... Noi sostenemmo che il consumismo
individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture
produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicit e che,
comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte
all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone
arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi
ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva pi di assicurare uno
sviluppo economico e sociale conservando la "civilt dei consumi",
con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione
della droga, per esempio, tra i giovani uno dei segni pi gravi di tutto
ci e nessuno se ne d realmente carico. Ma dicevamo dell'austerit. Fummo i
soli a sottolineare la necessit di combattere gli sprechi, accrescere il
risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica
perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro.
Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte
a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei
sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equit e
che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso
tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (pi parsimoniosi, ma anche pi
umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerit e della
contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cio alla
disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV
Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati. E il costo del lavoro? Le
sembra un tema da dimenticare? Il costo del lavoro va anch'esso
affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte
dell'aumento della produttivit. Voglio dirle per con tutta franchezza che
quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al
solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2,
assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono
sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande
credibilit politica e la capacit di colpire esosi e intollerabili
privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non pu riuscire. La Repubblica, 28
luglio 1981 |
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